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Riflessioni in seguito agli incontri "Schegge" organizzati dall'Associazione Nodi Freudiani e condotti dalla Dr. Gabriella Ripa di Meana Che cos’è la gelosia? Si individua in essa un particolare tipo di conflitto con l’altro; è uno stato emotivo che si può definire normale: dato che essa trova radice nell’inconscio di ognuno, sia il suo eccesso che la sua totale mancanza sono stati emotivi particolari. Insomma, la gelosia non risparmia nessuno. Il fatto interessante è che, pur essendo definita uno stato affettivo normale, essa non è mai sotto il completo controllo della coscienza, poichè proviene dal retaggio di stati affettivi infantili, di perdite che abbiamo subito, reali e fantasmatiche, soprattutto di perdite di oggetti (psichici) che magari non abbiamo posseduto mai. D’altronde per la gelosia “adulta” non è necessario la presenza di un terzo reale, anzi. Il “terzo” immaginario è altrettanto angosciante. La gelosia coglie dunque ognuno di noi nella nostra ambivalenza, determinando stati d’animo che non possiamo far tacere (a meno di peggiorare la situazione) ma solo riconoscere o addirittura apprezzare. In effetti la gelosia spinge la persona a ricercare le conferme di una verità che egli crede di sapere a priori, alla ricerca cioè degli indizi che confermano i suoi sospetti. Tutto ciò, al di là dell’evidenza dei fatti: il geloso non cerca di verificare un dubbio, ma di confermare una sua verità. Ciò accade anche nelle persone perfettamente “normali”. Ma perché si verifica tutto questo? La vera angoscia del geloso riguarda ciò che di incontrollabile appartiene all’altro, è il tentativo di negare l’estraneità che, anche nel rapporto amoroso più fusionale, non può essere interamente posseduta. Io amo l’altro e dunque pretendo di appropriarmi della sua insondabile identità. Agendo questi comportamenti, la persona si mette in condizioni di ignorare il suo bisogno, identificando all’esterno ciò che piuttosto la agita nel suo inconscio. “Dimmi la verità” chiede all’altro, incapace di girare la domanda a se stesso. Prova ne è che, anche quando viene rivelata la verità, la ricerca non si placa. La controparte della gelosia, la concretizzazione del suo fantasma, è il tradimento. Anche su questo ci sono molti equivoci, poiché attualmente siamo abituati a esaurire il tradimento come “le corna”: se queste accadono, la coppia si spacca, se non accadono, la coppia è serena. Eppure per assurdo si potrebbe ipotizzare che il tradimento nella sua concretezza (la scelta di un terzo al di fuori della coppia) sia un’escamotage per non affrontare il vero tradimento, quello cioè sulla natura mia e dell’altro, sui presupposti e sulle regole implicite che la coppia si è data senza dirsi. Il vero tradimento sarebbe piuttosto ad arrendersi al fatto che non tutto è dato sapere sulla verità propria e del partner, cioè abbandonare l’illusione di trasformare la distanza in simbiosi. Ogni amore nasce attratto dalla differenza tra l’Io e l’Altro. Eppure, man mano che il rapporto procede, siamo tentati dal desiderio di possedere e di esaurire proprio quella differenza che ci ha appassionato, trasformando proprio quella, abbondante di spunti e potenzialità, in un fantasma di persecuzione. Si comprimono i propri desideri profondi, le proprie passioni (e non intendo con ciò passioni amorose) nel vano tentativo di dare al partner la garanzia che egli ci può conoscere a fondo, ci può prevedere, dunque controllare. Allo stesso tempo, si diventa possessivi cercando di dominare ciò che sfugge e in tal modo si diventa complici, addirittura esecutori della perdita dell’oggetto d’amore, e soprattutto dell’amore verso l’oggetto. E’ questo incastro che inaridisce gli spunti inaspettati e fecondi che una relazione può invece offrire, se l’attore ha la possibilità di concedersi di tollerare ciò che di imprevedibile è presente in lui, e nell’altro. Se invece l’angoscia dell’imperscrutabile vince sulla relazione, il prezzo della “fedeltà” ad ogni costo (fedeltà soprattutto alle garanzie e alle rassicurazioni reciproche) finisce per essere a tal punto vincolante da diventare impossibile. Ecco che la fuga in un atto, la concretezza del tradimento, è un’escamotage per evacuare la tensione e mantenere esattamente tutto così com’è, immobile, “fedele”. Tradire è forse amare un altro, ma non amare altro, quell’altro e quelle altre cose che ci appassionano e che nel nome di un patto implicito (patto di sicurezza e prevedibilità) nella relazione si abbandonano. In questo senso, l’atto del tradimento con un terzo è una soluzione per non cambiare nulla, per non tradire mai davvero la vincolante proposta fatta all’altro e soprattutto a se stessi di rinunciare al rischio insondabile della libertà e della passione. La possibilità del tradimento esiste in ogni relazione, e sulla consapevolezza di potersi perdere senza essersi mai posseduti reciprocamente, piuttosto che sulla negazione di una simile eventualità, può basarsi la fiducia reciproca. |